13/06/2008
Rugby - Terzo tempo revisione
TERZO TEMPO rev. 02

Il sole inizia a sorridere ed è giunta l'ora di svegliarlo. Mia moglie mi guarda e volta lo sguardo oltre la finestra, non sono necessarie le parole: il freddo che affronteremo le traspare dagli occhi. Tra poco più di un'ora dobbiamo essere al campo per l'assembramento under 7. Ora, per i non addetti ai lavori, si tratta di una giornata dove i bambini di varie società si affrontano, sei contro sei, in mini partite di questo splendido sport che è il rugby.
Niente pacchetti di mischia o pali dove calciare quella buffa palla ovale, ma solo poche regole per iniziare a capire come si gioca e, prima di tutto, a comprendere che cosa sia veramente un avversario nello sport. Lo scopo finale è di divertirsi tutti insieme.
Prepariamo la borsa, il mangiare e la cassa di bottiglie. Questa volta l'assembramento è presso la nostra società e tocca a noi organizzare viveri e vettovaglie varie.
La colazione è abbondante, mio figlio sorride e riempie quel corpicino magro con tutto quello che trova. La colazione è l'unico pasto in cui non gli manca mai l'appetito.
Arriviamo al campo puntuali, fa freddo e il sole non si decide a iniziare il suo caldo lavoro. Mio figlio non sembra preoccuparsene, a sette anni i pensieri sono altri. È contento: già vede alcuni dei suoi amichetti.
Lo accompagno negli spogliatoi mentre mia moglie sale al piano di sopra: si è offerta di aiutare ai tavoli.
Pochi minuti ed è fuori, ho cercato di coprirlo il più possibile ma la sua maglia numero cinque è in bella vista. Per lui non è importante vincere ma divertirsi e sono felice di vederlo correre e scherzare con i suoi compagni.
Piano piano arrivano le altre società, una anche da un'altra regione: ci sono Under 7 e 9; risate, corse e saluti. Il sole continua la sua lotta contro il freddo che ancora la fa da padrone.
Sono in molti, l'allenatore li fa rientrare nello spogliatoio e li divide in tre squadre, non c'è agonismo o campanilismi: se a un'altra società manca un elemento, nessun problema, i bambini cambiano maglia senza farsi problemi. Vado sulle gradinate armato di macchina fotografica e vedo che sono in buona compagnia. Il freddo, alimentato da un leggero venticello, si fa pungente. Per un attimo penso: - e se si ammala?
Lo cerco tra le maglie biancorosse e lo vedo correre. No, non mi sembra infreddolito. Le partite filano via con bambini che già iniziano a dimostrare movimenti appropriati, altri che scherzano e ridono, altri che cercano con movimenti goffi di portare avanti il pallone. Insomma, nel campo vedi di tutto ma è il divertimento che accomuna ogni bambino. Anche tra gli allenatori ci sono quelli che urlano, chi da solo consigli, chi dice di non afferrare per il collo e chi guarda compiaciuto di contribuire a insegnare lo Sport, quello con la S maiuscola a un gruppo di bambini.
Ore 12:20, fine delle partite, gli under 9 continueranno ancora per un po'. Corro verso gli spogliatoi. Cerchiamo di farci spazio.
- Babbo, hai visto come ho placcato?
- Sei stato bravo. Ti sei divertito?
- Sì, tantissimissimo!
- Puzzetta! - grida un amico di mio figlio.
- Ciao Tortellino! - gli risponde lui
- Dai fai la doccia - lo incito porgendogli il bagnoschiuma, - che c'è il terzo tempo.
Terzo tempo, terzo tempo...
Sotto le docce è un mescolio di urla e risate. C'è chi parla della partita, chi fa lo "scemetto" sotto la doccia, chi spreca fiumi di sapone per riempirsi la mano e chi è ancora seduto completamente vestito. Per fortuna è tra i primi a uscire dalla doccia, l'aiuto a rivestirsi. Una sbucciatura al ginocchio e un graffietto al polpaccio ma lui proprio non se ne accorge.
- Babbo, ora andiamo al terzo tempo?
Terzo tempo, terzo tempo...
Usciamo e attendiamo il resto del gruppo. L'allenatore li raduna e li fa salire al piano di sopra. Molti tavoli e bambini di tutte le società a mangiare insieme. Le mamme a servire ai tavoli e io attendo fuori. Vedo mia moglie indaffarata con le altre mamme, tra poco arriveranno anche gli Under 9 e quelle cominciano già a essere bocche più affamate.
Mi affaccio sulla strada. Polizia, carabinieri e vigili a presidiare il piazzale. A pochi metri c'è lo stadio Artemio Franchi. Si gioca una partita di serie A: Fiorentina-Catania. A guardare bene sembra più l'entrata di una prigione: cancellate, e barriere di ogni genere.
Terzo tempo, terzo tempo...
Guardo attraverso la vetrata e vedo mio figlio in piedi che osserva affascinato quella foto alla parete dove una squadra, con divisa completamente nera, sta facendo un'antica danza tribale. Quante volte mi ha chiesto di fargliela vedere al computer. Un bambino si avvicina e lo fa ridere, poi sono tutti intorno all'allenatore. Facce sorridenti e allegria intorno ai tavoli.
Terzo tempo, terzo tempo...
Sirene e cori oltre la strada.
Terzo tempo, terzo tempo...
No, in quello stadio alla fine non ci sarà. Ne porta sì il nome, ma è solo rubato a uno sport molto più povero, che si gioca come il calcio su campi in erba e spesso di fango, con pantaloncini, scarpette tassellate e maglie con numeri, ma la palla è diversa, come diverso è lo spirito che lo circonda. Dove gli atleti non hanno paura, dove sul campo siamo solo avversari e non nemici, dove lo spirito di squadra è davvero tutto e, come dice mio figlio, si piange solo quando ci si fa veramente male. La lealtà sportiva e il coraggio la fanno da padroni, in campo si impara ad aiutarsi a vicenda a vincere e perdere insieme, senza troppe esaltazioni. Dopo si mangia uno accanto all'altro, non più avversari ma atleti di uno sport vero e sincero.
Cosa avrà spinto mio figlio a scegliere questo sport? Non lo so, ma sono contento che sia in un gruppo che oltre ad insegnargli lo sport gli insegna anche gli aspetti migliori di quello che ognuno di noi può essere.
Ancora sirene e una schiera di poliziotti che avanzano con scudi e manganelli. Cori e il primo fumogeno, grida.
Mi volto, guardo mio figlio. Ecco il vero terzo tempo.
13:45
Scritto da: firigullo
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29/05/2008
Torneo Borelli - Rugby

Il 25 maggio a Firenze si è svolto il torneo dedicato a Francesco Borelli. Si sono affrontate molte squadre under 7, 9, 11, e 13.
Mio figlio era nell'under 7 del Rugby Firenze 81 e io e mia moglie abbiamo partecipato al gruppo organizzativo: io nei campi dello stadio e mia moglie al terzo tempo. Avevo già assistito a qualche altro torneo e mia moglie si era già offerta per il terzo tempo in altre occasioni. A proposito di terzo tempo, cari calciofili, avreste dovuto essere seduti a quei tavoli sotto la maratona dello stadio per respirare la vera essenza del terzo tempo, per gustare risa, scherzi, saluti e ringraziamenti. Ci sarebbero fiumi di parole riguardo al terzo tempo, ma lasciamo perdere...
Dicevo, una bellissima esperienza: genitori e addetti ai lavori si sono dati da fare per l'organizzazione, non semplice, che ha regalato gioie e soddisfazioni. Anche il tempo è stato clemente, a un tratto c'è stata una breve spruzzata di pioggia ma anche quei nuvoloni hanno visto quei bambini felici e hanno preferito andare oltre a scaricare le loro pesanti sacche d'acqua. Il sole si divertiva a giocare con le nuvole: destra, sinistra, mischia e meta con tutto il campo invaso dalla sua calda luce. Sarebbero centinaia le cose da raccontare ma voglio solo dire che aver dato la possibilità ai bambini under 7 e 9 di giocare nello stadio Artemio Franchi, dove gioca la Fiorentina, ha regalato gioia e stupore a tutti quei piccoli atleti. Ero in prima linea è ho sentito tante frasi di quei piccoli giocatori, ho visto i loro volti prima e dopo le partite.
Mi rivolgo a chi di dovere: Amministrazione comunale e dirigenti della Fiorentina, dovevate vedere gli occhi di quei bambini e ascoltare le loro parole. Capisco che nel calcio ci sono interessi milionari ma un sorriso di un bambino è qualcosa che va oltre il denaro. Si parla tanto di gioventù da educare, di immagini istruttive per i futuri componenti della società civile, ecco un esempio di ciò che può essere costruttivo per il futuro.
Mentre uscivo ho incrociato due bambini under 7 di una squadra, che pur avendo perso avevano la felicità negli occhi. Erano con i genitori o accompagnatori, non ha importanza, ma le loro parole erano eccitate e spruzzavano gioia:
" ... è stato bellissimo. Hai visto!? Abbiamo giocato dove giocano Mutu e Pazzini! E' stato il giorno più bello di tutti. Lo voglio raccontare a tutti i miei amici di scuola. Mi hai fatto le foto? Altrimenti non ci crederanno..."
Quindi, cari signori che potete decidere, il prossimo anno ricordatevi che aver regalato quei sorrisi non ha prezzo.
Grazie a tutti.
Ora aggiungo la locandina del torneo e la lettera di Francesco Borelli a un amico.

LETTERA AD UN AMICO di FRANCESCO BORELLI
(...) In questa lettera voglio parlarti anche di rugby: sarà una cosa abbastanza lunga, ma voglio che tu senta quello che io sento, che tu capisca quello che penso quando spesso sto da solo e non con gli altri in classe, voglio che tu mi comprenda. Quando uno ti dice che gioca a rugby in genere tu pensi: “Ma chi è questo? Ma è scemo a praticare uno sport che non gli dà niente?”. Mi dà tanto, invece, veramente tanto. Il mondo del rugby ha sempre avuto contro estremisti, delle cui opinioni si nutre, traendone linfa vitale per la propria esistenza; la stampa, sempre in malafede, che dedica al rugby sempre solo due righe, ma quando qualche volta si verificano risse generali o episodi di cronaca nera gli articoli diventano di 4 colonne, in neretto, tendenti palesemente a screditare il rugby e il suo mondo. Perché non cercano invece di convincere se stessi prima di tutto e poi i lettori che il rugby, uno sport sopravvissuto in queste condizioni nei secoli, si nutre dell’esaltazione dei valori più nobili della personalità umana? E poi l’indifferenza della massa, stereotipo divulgato che è quello rugby= sport violento (...) La grande colpa della società è quella di non aver capito che il rugby lo si raggiunge solo con grande sofferenza e sacrificio: non è cosa da persone normali. Infatti non è solo eccellenza atletica, ma anche coraggio, fatica, sprezzo del pericolo, sforzo fisico e psichico immenso. Placcare e essere placcati, fare decine di mischie chiuse e aperte non è cosa da tutti, non si può mettersi da parte quando la lotta e l’impegno per la conquista del pallone diventano più accesi. Il gioco è spietato nella sua continuità, quante volte abbiamo visto degli avanti boccheggianti per una serie di mischie o di touches correre lo stesso sul punto dove il pallone sarà di nuovo giocato, sentirsi morire, ma non cedere un palmo di terreno, per non perdere la faccia davanti ai compagni, per non essere considerato un vigliacco, per non mancare alla parola di impegno data all’inizio, “fino allo spasimo, fino all’ultimo respiro, fino all’ultima goccia di sudore”. Cadi, il contatto per terra non è precisamente una piuma, ma con una smorfia di dolore serri i denti e dici: “Non è nulla, passa subito, devo continuare a tutti i costi”. Solo chi ha giocato a rugby può capire simili drammi, che hanno qualcosa di sovrumano, eppure sono ingredienti costanti di ogni partita, qualsiasi sia il suo livello e la posta in palio. Chi esce da un incontro ha dato tutto se stesso, non ha nemmeno la forza di parlare, sogna soltanto il momento beato in cui sarà sotto il getto caldo e ritemprante della doccia. Il rugby non è esaltazione come il calcio (...), un rugbysta dopo aver segnato una meta, al massimo riceve un abbraccio dal compagno più vicino o una pacca sulle spalle, secondo me non esiste premio più gratificante di questo. (...) Un rugbysta è leale, coraggioso e ricco di personalità, oltre che altruista, perché una squadra di rugby è formata da un gruppo saldo e omogeneo di amici e compagni (come poi confermato da legami indistruttibili nella vita civile), perché si gioca, si vince o si perde tutti insieme. A fine stagione si fanno feste e cene, si è tutti amici, si vorrebbe che il tempo non passasse mai. A volte un grande dolore colpisce l’ambiente, ci si ritrova commossi all’estremo saluto e si vive per qualche attimo come in una fossa, con visi incredibili, poi la vita riprende il suo corso e si torna al campo sportivo, dove i figli occupano il posto dei padri per la gloria della squadra, di stagione in stagione, di vita in vita. Questa è la splendida realtà del rugby. Simili contrasti hanno prodotto una razza inossidabile nei tempi, quella del rugbysta. Abbiamo contratto la febbre ovale, ci è entrata nel sangue come e più del bacio di una ragazza, e non riusciremo più a togliercela di dosso, serpeggerà sotto la pelle tutta la vita. L’indifferenza della massa non ci sfiora minimamente, cerchiamo solo la compagnia e la solidarietà dei nostri simili, sentiamo che il rugby non è solo uno sport, ma il più bello di tutti, uno stile di vita, una scuola di comportamento e di etica. Il rugby con la sua intima filosofia può essere apprezzato solo da chi lo pratica o lo ha praticato, solo un rugbysta può capire perchè il suo fascino non l’abbandonerà mai, perchè tutti i rugbysti di una squadra sono come fratelli, perchè il ricordo di una dura partita, di un coro sfrontato e di risate sarà sempre ricordato con immenso piacere. Gioco anch’io, ci sono anch’io, faccio rugby, ho veri amici, fidati, quelli che il rugby mi ha dato. Ecco, il rugby è tutto questo, e anche di più, qualcosa che nemmeno io so spiegare, qualcosa di bellissimo. Un altro bacio, Francesco
16:10
Scritto da: firigullo
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19/02/2008
Terzo tempo
di Andrea Donnini
Domenica mattina, ore 08:15 e temperatura di meno due gradi. Il sole inizia a farsi forza ed è giunta l'ora di svegliarlo. Tra poco più di un'ora dobbiamo essere al campo di rugby per l'assembramento under 7. Ora, per i non addetti ai lavori, si tratta di una giornata dove i bambini di varie società si affrontano, sei contro sei, in mini partite di questo splendido sport che è il rugby.
Niente pacchetti di mischia o pali dove calciare quella buffa palla ovale, ma solo poche regole per iniziare a fargli capire come si gioca e, prima di tutto, a comprendere che cosa sia veramente un avversario nello sport. Lo scopo finale è comunque come divertirsi tutti insieme.
Prepariamo la borsa, il mangiare e la cassa di bottiglie. Questa volta l'assembramento è alla nostra sede e tocca a noi organizzare viveri e vettovaglie varie.
Arriviamo al campo puntuali, fa freddo ma lui, mio figlio di non ancora sette anni, non sembra preoccuparsene. E' contento: già vede alcuni dei suoi amichetti.
Lo accompagno negli spogliatoi mentre mia moglie sale al piano di sopra: si è offerta di aiutare ai tavoli.
Pochi minuti ed è fuori, ho cercato di coprirlo il più possibile ma la sua maglia numero cinque è in bella vista. Per lui non è importante vincere ma divertirsi e sono felice di vederlo correre e scherzare con i suoi compagni.
Piano piano arrivano le altre società, una anche da un'altra regione. Il sole continua la sua lotta contro il freddo che ancora la fa da padrone.
Sono in molti, l'allenatore li fa rientrare nello spogliatoio e li divide in tre squadre, non c'è agonismo o campanilismi: se a un'altra società manca un elemento, nessun problema, i bambini cambiano maglia senza farsi problemi. Vado sulle gradinate armato di macchina fotografica e vedo che sono in buona compagnia. Il freddo, alimentato da un leggero venticello, si fa pungente. Per un attimo penso: - e se si ammala?
Lo cerco tra le maglie bianche e rosse e lo vedo correre. No, non mi sembra infreddolito. Le partite filano via con bambini che già iniziano a dimostrare movimenti appropriati, altri che scherzano e ridono altri che cercano con movimenti goffi di portare avanti il pallone. Insomma, nel campo vedi di tutto ma è il divertimento che accomuna ogni bambino. Anche tra gli allenatori ci sono quelli che urlano, chi da solo consigli, chi dice di non afferrare per il collo e chi guarda compiaciuto di contribuire a insegnare lo Sport, quello con la S maiuscola a un gruppo di bambini.
Ore 12:20, fine delle partite, gli under 9 continueranno ancora per un po'. Corro verso gli spogliatoi. Cerchiamo di farci spazio.
- Babbo, hai visto come ho placcato?
- Sei stato bravo. Ti sei divertito?
- Sì, tantissimissimo!
- Dai fai la doccia che c'è il terzo tempo.
Sotto le docce è un mescolio di urla e risate varie. L'aiuto a rivestirsi. Una sbucciatura al ginocchio e un graffietto al polpaccio ma lui proprio non se ne accorge.
Usciamo e attendiamo il resto del gruppo. L'allenatore li raduna e li fa salire al piano di sopra. Molti tavoli e bambini di tutte le società a mangiare insieme. Le mamme a servire ai tavoli e io attendo fuori.
Mi affaccio sulla strada. Polizia, carabinieri e vigili a presidiare il piazzale. A pochi metri c'è lo stadio. Si gioca una partita di serie A: Fiorentina-Catania. A guardare bene sembra più l'entrata di una prigione.
Guardo attraverso la vetrata e vedo mio figlio in piedi che osserva affascinato quella foto alla parete dove una squadra, con divisa completamente nera, sta facendo un'antica danza. Quante volte mi ha chiesto di fargliela vedere al computer. Un bambino si avvicina e lo fa ridere, poi sono tutti intorno all'allenatore. Facce sorridenti e allegria a ogni tavolo.
Terzo tempo.
Sirene e cori oltre la strada.
Terzo tempo.
No, quello che faranno in quello stadio ne porta solo il nome.
Mi volto e mi godo il vero terzo tempo.
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E ora un bel video e una foto dei mitici All Blacks:
Atleti del calcio contro atleti del Rugby...

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17:45
Scritto da: firigullo
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