29/05/2008
Torneo Borelli - Rugby

Il 25 maggio a Firenze si è svolto il torneo dedicato a Francesco Borelli. Si sono affrontate molte squadre under 7, 9, 11, e 13.
Mio figlio era nell'under 7 del Rugby Firenze 81 e io e mia moglie abbiamo partecipato al gruppo organizzativo: io nei campi dello stadio e mia moglie al terzo tempo. Avevo già assistito a qualche altro torneo e mia moglie si era già offerta per il terzo tempo in altre occasioni. A proposito di terzo tempo, cari calciofili, avreste dovuto essere seduti a quei tavoli sotto la maratona dello stadio per respirare la vera essenza del terzo tempo, per gustare risa, scherzi, saluti e ringraziamenti. Ci sarebbero fiumi di parole riguardo al terzo tempo, ma lasciamo perdere...
Dicevo, una bellissima esperienza: genitori e addetti ai lavori si sono dati da fare per l'organizzazione, non semplice, che ha regalato gioie e soddisfazioni. Anche il tempo è stato clemente, a un tratto c'è stata una breve spruzzata di pioggia ma anche quei nuvoloni hanno visto quei bambini felici e hanno preferito andare oltre a scaricare le loro pesanti sacche d'acqua. Il sole si divertiva a giocare con le nuvole: destra, sinistra, mischia e meta con tutto il campo invaso dalla sua calda luce. Sarebbero centinaia le cose da raccontare ma voglio solo dire che aver dato la possibilità ai bambini under 7 e 9 di giocare nello stadio Artemio Franchi, dove gioca la Fiorentina, ha regalato gioia e stupore a tutti quei piccoli atleti. Ero in prima linea è ho sentito tante frasi di quei piccoli giocatori, ho visto i loro volti prima e dopo le partite.
Mi rivolgo a chi di dovere: Amministrazione comunale e dirigenti della Fiorentina, dovevate vedere gli occhi di quei bambini e ascoltare le loro parole. Capisco che nel calcio ci sono interessi milionari ma un sorriso di un bambino è qualcosa che va oltre il denaro. Si parla tanto di gioventù da educare, di immagini istruttive per i futuri componenti della società civile, ecco un esempio di ciò che può essere costruttivo per il futuro.
Mentre uscivo ho incrociato due bambini under 7 di una squadra, che pur avendo perso avevano la felicità negli occhi. Erano con i genitori o accompagnatori, non ha importanza, ma le loro parole erano eccitate e spruzzavano gioia:
" ... è stato bellissimo. Hai visto!? Abbiamo giocato dove giocano Mutu e Pazzini! E' stato il giorno più bello di tutti. Lo voglio raccontare a tutti i miei amici di scuola. Mi hai fatto le foto? Altrimenti non ci crederanno..."
Quindi, cari signori che potete decidere, il prossimo anno ricordatevi che aver regalato quei sorrisi non ha prezzo.
Grazie a tutti.
Ora aggiungo la locandina del torneo e la lettera di Francesco Borelli a un amico.

LETTERA AD UN AMICO di FRANCESCO BORELLI
(...) In questa lettera voglio parlarti anche di rugby: sarà una cosa abbastanza lunga, ma voglio che tu senta quello che io sento, che tu capisca quello che penso quando spesso sto da solo e non con gli altri in classe, voglio che tu mi comprenda. Quando uno ti dice che gioca a rugby in genere tu pensi: “Ma chi è questo? Ma è scemo a praticare uno sport che non gli dà niente?”. Mi dà tanto, invece, veramente tanto. Il mondo del rugby ha sempre avuto contro estremisti, delle cui opinioni si nutre, traendone linfa vitale per la propria esistenza; la stampa, sempre in malafede, che dedica al rugby sempre solo due righe, ma quando qualche volta si verificano risse generali o episodi di cronaca nera gli articoli diventano di 4 colonne, in neretto, tendenti palesemente a screditare il rugby e il suo mondo. Perché non cercano invece di convincere se stessi prima di tutto e poi i lettori che il rugby, uno sport sopravvissuto in queste condizioni nei secoli, si nutre dell’esaltazione dei valori più nobili della personalità umana? E poi l’indifferenza della massa, stereotipo divulgato che è quello rugby= sport violento (...) La grande colpa della società è quella di non aver capito che il rugby lo si raggiunge solo con grande sofferenza e sacrificio: non è cosa da persone normali. Infatti non è solo eccellenza atletica, ma anche coraggio, fatica, sprezzo del pericolo, sforzo fisico e psichico immenso. Placcare e essere placcati, fare decine di mischie chiuse e aperte non è cosa da tutti, non si può mettersi da parte quando la lotta e l’impegno per la conquista del pallone diventano più accesi. Il gioco è spietato nella sua continuità, quante volte abbiamo visto degli avanti boccheggianti per una serie di mischie o di touches correre lo stesso sul punto dove il pallone sarà di nuovo giocato, sentirsi morire, ma non cedere un palmo di terreno, per non perdere la faccia davanti ai compagni, per non essere considerato un vigliacco, per non mancare alla parola di impegno data all’inizio, “fino allo spasimo, fino all’ultimo respiro, fino all’ultima goccia di sudore”. Cadi, il contatto per terra non è precisamente una piuma, ma con una smorfia di dolore serri i denti e dici: “Non è nulla, passa subito, devo continuare a tutti i costi”. Solo chi ha giocato a rugby può capire simili drammi, che hanno qualcosa di sovrumano, eppure sono ingredienti costanti di ogni partita, qualsiasi sia il suo livello e la posta in palio. Chi esce da un incontro ha dato tutto se stesso, non ha nemmeno la forza di parlare, sogna soltanto il momento beato in cui sarà sotto il getto caldo e ritemprante della doccia. Il rugby non è esaltazione come il calcio (...), un rugbysta dopo aver segnato una meta, al massimo riceve un abbraccio dal compagno più vicino o una pacca sulle spalle, secondo me non esiste premio più gratificante di questo. (...) Un rugbysta è leale, coraggioso e ricco di personalità, oltre che altruista, perché una squadra di rugby è formata da un gruppo saldo e omogeneo di amici e compagni (come poi confermato da legami indistruttibili nella vita civile), perché si gioca, si vince o si perde tutti insieme. A fine stagione si fanno feste e cene, si è tutti amici, si vorrebbe che il tempo non passasse mai. A volte un grande dolore colpisce l’ambiente, ci si ritrova commossi all’estremo saluto e si vive per qualche attimo come in una fossa, con visi incredibili, poi la vita riprende il suo corso e si torna al campo sportivo, dove i figli occupano il posto dei padri per la gloria della squadra, di stagione in stagione, di vita in vita. Questa è la splendida realtà del rugby. Simili contrasti hanno prodotto una razza inossidabile nei tempi, quella del rugbysta. Abbiamo contratto la febbre ovale, ci è entrata nel sangue come e più del bacio di una ragazza, e non riusciremo più a togliercela di dosso, serpeggerà sotto la pelle tutta la vita. L’indifferenza della massa non ci sfiora minimamente, cerchiamo solo la compagnia e la solidarietà dei nostri simili, sentiamo che il rugby non è solo uno sport, ma il più bello di tutti, uno stile di vita, una scuola di comportamento e di etica. Il rugby con la sua intima filosofia può essere apprezzato solo da chi lo pratica o lo ha praticato, solo un rugbysta può capire perchè il suo fascino non l’abbandonerà mai, perchè tutti i rugbysti di una squadra sono come fratelli, perchè il ricordo di una dura partita, di un coro sfrontato e di risate sarà sempre ricordato con immenso piacere. Gioco anch’io, ci sono anch’io, faccio rugby, ho veri amici, fidati, quelli che il rugby mi ha dato. Ecco, il rugby è tutto questo, e anche di più, qualcosa che nemmeno io so spiegare, qualcosa di bellissimo. Un altro bacio, Francesco
16:10
Scritto da: firigullo
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